Canti di lavoro e di emigranti

Durante la raccolta delle olive, alla mietitura del grano o mentre si lavavano i panni al fiume, era sempre il canto corale che accompagnava e alleviava le fatiche. In queste occasioni di lavoro collettivo, i temi più ricorrenti dei canti erano l’amore, l’emigrazione e il lavoro stesso.

 

A ‘Merica

L’emigrazione in America è stato un fenomeno che, fino agli anni cinquanta ha riguardato anche Cerenzia, sebbene in maniera meno consistente rispetto ad altri paesi vicini come Castelsilano e Savelli. A partire comunque era soprattutto il marito, il capo-famiglia, che lasciava moglie e figli al paese, cui mandava tutti i guadagni. Solo in un secondo momento, se le cose si mettevano bene e se trovava un lavoro stabile e sicuro, «faceva il richiamo» alla famiglia che poteva finalmente ricongiungersi.

 

Cchi c’aju fattu alla furtuna mia chi partire m’ha fattu lu miu bene. Tantu luntanu mi l’ha fattu jire Gesù Cristu lu sa si sinne vena.

 

(Che cosa ho fatto mai al mio destino, che ha fatto andare lontano il mio amore e me lo ha fatto andare tanto lontano (in America), che solo Dio sa se ritornerà)

 

Merica, chi te via arza re fuacu, cuamu re fuacu fa’ vruciare a mmia.

( America, che tu possa essere arsa dal fuoco, come di fuoco fai bruciare a me).

 

Così andavano le cose nelle storie a lieto fine. In moltissimi altri casi, invece ……. !

 

Ccè na’ brunetta a nu’ certu vicu chi ‘u maritu alla Merica ccià.

Te fa siccare cu’ siccu lle ficu ccu ‘na guardata ch’illa te fà.

 

(C’è una bella bruna in un certo vicolo, che ha il marito in America, che con un solo sguardo ti fa seccare come seccano i fichi al sole).

 

Marituma è alla Merica e nnu’ mm’à scrittu:

u’ ssacciu cchi mancanza l’haiu fattu! ‘Na sula mancanzella l’haju fattu: avia tre figli e mo’ ne tiegnu quattru.

 

La mietitura

Per il contadino, era uno dei lavori più gravosi. Molti di loro «calavano nelle marine» a mietere il grano dei latifondi e restavano lontani da casa settimane intere. Spesso cadevano vittime della malaria che infestava le zone paludose. Anche per questo aspetto della cultura locale, ecco un canto popolare molto eloquente:

 

Oi metituri chi jiati a metire mparatime chin’è llu capitanu, ‘U capitanu gira ccu’ ‘lla cura

chillu re mmienzu meta llu lavure.

 

(O mietitori che andate a mietere il grano, ditemi chi è il mietitore più veloce, lui miete e traccia le piste, quello al centro miete più degli altri)

 

Chi r’hai cumpagnu chi sta culerusu, dimme si t’è tuccatu picca casu,

ca s’’u curtiellu tue è fattu marrusu, te rugnu ‘u miu chi taglia rasu.

Patrune si vo’ metere u’ granu parta e vate a Verzinu e piglia vinu. Sule biellu miu chi tinne vai salutammella la quatrara mia,

mi la saluti e nnu mme la vasare ch’è piccirilla e se sola ‘ncrignare. Ccè rici si me manna la mutanna ca chilla ch’ avia l’haiu allurdata. Ca c’aiu giratu tutte le marine Strongoli, Papanice e Misuraca.

 

Cos’hai compagno mio che stai imbronciato, dimmi se ti è toccato poco cacio:

Chè se il tuo coltello non taglia più, ti presto il mio che è ben affilato.

Padrone se vuoi che sia mietuto il grano, parti e vai a Verzino e porta vino.

O sole bello, ora che te ne vai salutami la bambina mia Salutamela ma non me la baciare

chè è troppo giovane e suole offendersi.

Dille di mandarmi i panni di ricambio

chè quelli che avevo sono sporchi.

Chè li ho usati mietendo in tutte le marine: Strongoli, Papanice e Mesoraca.

 

‘A jumarella

La donna, nell’economia della famiglia contadina cerentinese, svolgeva un ruolo fondamentale. Tutti impegnativi e gravosi i compiti che doveva imparare a svolgere fin da bambina, per diventare al più presto «na fimmina e’ casa». Allevare i figli, accudire gli animali della stalla, tenere in ordine la casa, fare il pane, tessere, ricamare, lavorare a maglia, rammendare, preparare le conserve alimentari, fare il sapone, raccogliere olive, preparare la cena, fare scorta di acqua, costituivano la sua «formazione di base».

Fra tutti, quella di fare il bucato, recandosi al fiume a lavare i panni che portava sul capo, se da una parte rappresentava un compito altrettanto faticoso, dall’altra costituiva un piacevole e allegro momento di aggregazione prettamente al «femminile« , a parte la presenza dei bambini che aiutavano le mamme a portare gli attrezzi (‘a quarara, ‘a sporta, ‘a mazza, ‘a cinnara, ‘u tripiru, ‘u sapune e lli panni ).

Luogo ideale per i pettegolezzi in libertà, ‘a jumarella ‘e Matassa, un torrente tra Cerenzia e Caccuri, a pochi km dall’abitato, per intere generazioni di donne di Cerenzia, in passato, ha rappresentato una delle poche occasioni di «svago», se così si può dire.

 

E l’aju vista alla jumarella chi se lavava la gunnella,

e l’aju vista allu spannituru, chi se spannia lu maccaturu.

 

( L’ho vista alla fiumara che si lavava la gonnella, e l’ho vista al tenditoio che tendeva il fazzoletto.)

 

Mio marito è in America e non mi ha scritto: non so che offesa gli abbia mai fatto! Una sola offesuccia gli ho fatto: avevo tre figli ed ora ne ho quattro!

 

«’A tiritocchita»

Si suonava soprattutto nelle festività pasquali, quasi in sostituzione delle campane della chiesa, che in quei giorni devono restare mute. Di questo strumento ne esistevano tre versioni: la prima, più elaborata, costruita ed usata dagli adulti, veniva realizzata con una tavoletta fissa, alla quale erano attaccate due ante mobili, una per lato, che sbattevano tra loro facendo un movimento di torsione del polso. La seconda, utilizzata di più dai ragazzi, era costituita da una tavoletta centrale dotata di manico, a mo’ di paletta, alla quale erano sovrapposte due tavolette mobili (una di sopra e una di sotto), che quando si scuotevano velocemente davano origine al loro tipico suono; la terza infine, è la versione più evoluta e veniva costruita utilizzando una canna ed un rocchetto di legno (di quelli usati per avvolgere il filo) su cui venivano incise delle tacche, in modo da farne una ruota dentata che ruotando, sollevava una «linguetta» della canna, a mo’ di arpione, che produceva il tipico suono.