Dal mito della città di Pandosia al vescovato di Cerenzìa

 

di Pino RENDE

Cerenzìa (KR) panorama di località Cerenzìa Vecchia.

 

“Sono in questa Provincia dieci città (…), e tra terre e castella 160, che in tutto sono 170, oltre la famosa, et antica Pandosia distrutta”.[i]

 

 

 

Nel mito e nella storia

 

Le fonti letterarie qualificano Pandosia come un’antica realtà urbana. Riferendo quanto aveva potuto apprendere dalla tradizione che era giunta sino a lui, Strabone (sec. I a.C. – I d.C.) afferma infatti che, “un tempo”, Pandosia sarebbe stata la “residenza regale dei re degli Enotri”[ii]. Tale antichità trova riscontro nel Chronicon di Eusebio, dove la sua fondazione risulta coeva a quella di Metaponto, essendo registrata al tempo della seconda olimpiade (773/2 a.C.), quando “In Italia Pandosia et Metapontius conditae”.[iii]

 

Secondo altre fonti, invece, la città sarebbe stata una fondazione greca. Πανδοσία risulta tra le città greche elencate nel Periplo dello Pseudo Scilace,[iv] opera ritenuta del sec. IV a.C. mentre, assieme a Crotone e Thurii, lo Pseudo Scimno (sec. II a.C.) la ricorda quale fondazione degli Achei del Peloponneso.[v] Ad un’antica civilizzazione greca allude anche lo Pseudo Aristotele che, nell’ambito delle cose meravigliose raccolte in questo scritto, riferisce che, in molti luoghi dell’Italia, esistevano le testimonianze lasciate da Ercole lungo il suo percorso. Presso Pandosia, in Iapigia, erano mostrate le sue impronte, alle quali a nessuno era consentito accostarsi.[vi]

 

Alcune testimonianze materiali più verosimili riferibili alla città, sono fatte risalire alla fine del sec. VI a.C., epoca alla quale sono attribuite alcune monete d’argento unanimemente interpretate. Queste, evidentemente coniate nell’ambito della circolazione monetaria egemonizzata dalla polis di Crotone, recano il tripode e la leggenda in caratteri arcaici “KRO” sul diritto mentre, sul rovescio, compaiono un toro retrospiciente riconducibile ad una divinità fluviale, simile al tipo sibarita in uso in questo periodo, e la leggenda “PANDO” con gli stessi caratteri.[vii]


Moneta Crotone-Pandosia (da www.instoria.it).

 

Pandosia risulta ancora menzionata da Plutarco verso la fine del sec. I d.C., in relazione alla venuta in Italia di Pirro (280 a.C.), il quale afferma che, prima della battaglia di Eraclea, questi “andò a por campo tra Pandosia, ed Eraclea, intantochè solo il fiume Siri partiva l’uno esercito dall’altro”[viii] mentre, in relazione ai fatti della seconda guerra punica, Tito Livio (sec. I a.C. – I d.C.), riferisce della spontanea sottomissione di Cosentia e Pandosia ai Romani (204-203 a.C.). [ix] Successivamente non abbiamo altre testimonianze. La città non compare nella descrizione della costa ionica contenuta nella “Chorographia” di Pomponio Mela,

 

vissuto nella prima metà del sec. I d.C.,[x] e neppure nella Geografia di Tolomeo (sec. II

d.C.).[xi] L’Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti (sec. III-IV d.C.) ed altri itinerari antichi, non ne fanno alcuna menzione.[xii]

 

 

 

La città perduta

 

A dispetto dell’importanza ribadita dalle fonti letterarie in relazione alle sue antiche e nobili origini, Pandosia non sopravvisse alla romanizzazione dell’Italia e scomparve, sorprendentemente, senza lasciare traccie materiali che potessero consentire di risalire al luogo del suo antico insediamento urbano.

Gli storici che se ne occuparono in epoca moderna, infatti, essendosi ormai persa ogni memoria dei luoghi in cui Pandosia era esistita, accolsero più o meno acriticamente, la tesi sostenuta da Gabriele Barrio attorno alla metà del Cinquecento che, sulla base delle indicazioni contenute nelle fonti classiche, la individuò per primo, quale antica fondazione enotria corrispontente a Castelfranco nelle vicinanze di Cosenza: “Dein est castrifrancum oppidum aedito loco Pandosia olim dicta, quam Oenotrii condiderunt”.[xiii]

 

Sulla scia delle affermazioni del Barrio, agli inizi del Seicento troviamo quelle del Marafioti: “Quindi partendoci n’incontra l’antica città Pandosia, hoggi volgarmente chiamata Castellofranco, bench’altri falsamente giudicano Pandosia essere stata dove hoggi è Mendicino”,[xiv] e pur con qualche riserva, verso la fine del secolo, quelle del Fiore che, a proposito degli Enotri, affermava: “ordinando per lor reggia, e metropoli la già di poi famosissima Pandosia, oggidì, avvegna non così chiaro Castel Franco.”[xv].


Le rovine della città di Pandosia presso Castelfranco, in un affresco cinquecentesco della Galleria delle carte geografiche ai Musei Vaticani. Foto tratta da Alberto Anelli, la Città di Pandosia in Val di Crati, http://digilander.libero.it/castrolibero/pandosiapag8.html

 

Le difficoltà di pervenire ad una localizzazione di Pandosia suffragata da prove certe, evidentemente giustificate dal suo remoto abbandono, si registreranno anche in seguito. Specie dopo il ritrovamento delle

c.d. “Tavole di Eraclea”, dal luogo del loro ritrovamento avvenuto nel 1732. Queste epigrafi che si fanno risalire alla fine del sec. IV a.C., riguardanti la concessione di terre appartenenti ai santuari di Dionisio ed

 

Athena Polias, menzionano infatti “Pandosia”[xvi]. Tale testimonianza, interpretata come prova di una vicinanza tra questi due centri, costituisce però, in questo senso, una prova incerta. Per quanto sappiamo, infatti, circa i possedimenti fondiari appartenenti ad un antico luogo sacro, questi potevano risultare anche molto distanti tra loro e dallo stesso santuario.

Maggiori e più probabanti indicazioni ci provengono, invece, dalle fonti letterarie che ci forniscono alcuni elementi più utili a circoscrivere la localizzazione di Pandosia ed a comprenderne la realtà. Attraverso tali testimonianze è possibile ricostruire che, precedentemente al dominio romano, il suo territorio era appartenuto a quello dei Brettii (Bρέττιοι), popolazione che Strabone riteneva discendente dai Lucani (a loro volta discendenti dai Sanniti)[xvii] che, attorno alla metà del sec. IV a.C., ci appare costituita in una nuova entità politica di tipo confederale (ϰοινὴν πολιτείαν).[xviii]

 

In merito all’epoca della comparsa dei Brettii ed alla loro origine, Strabone, utilizzando come sua fonte l’antica opera “Sull’Italia” di Antioco di Siracusa (sec. V a.C.), al quale rimproverava però di esporre “queste cose in modo eccessivamente semplificato e secondo una concezione arcaica, non facendo nessuna distinzione fra Lucani e Brettî”, affermava che i Brettii avevano ricevuto questo nome dai Lucani, dai quali si erano affrancati al tempo in cui Dione aveva mosso guerra a Dionisio di Siracusa (357 a.C.): “infatti questi ultimi chiamano «Brettî» i ribelli. Questi Brettî dunque, che prima erano dediti alla pastorizia al servizio dei Lucani, essendo poi divenuti liberi per l’indulgenza dei loro padroni, si ribellarono, a quanto dicono, quando Dione fece guerra a Dionisio e sollevò tutti questi popoli gli uni contro gli altri.”.[xix]

 

 

 

Pandosia ed Acheronte

 

Molta della fama che Pandosia ebbe in antico, è riconducibile ad un episodio storico ricordato da diverse fonti letterarie, relativo alla spedizione compiuta in Italia dal re d’Epiro Alessandro Neottolemo detto il Molosso che, durante questa campagna, trovò la morte presso la città nel 331 a.C.. Spedizione che, avendo lo scopo di soccorrere le città greche minacciate dai Brettii, dai Lucani e da altri barbari, coinvolse Crotone che limitava con alcune di queste realtà.

Una vicinanza che, in relazione a questo episodio, risulta testimoniata dal ritrovamento a Crotone, luogo evidentemente dove furono coniate, di un numeroso quantitativo di monete di bronzo (circa 4000), rinvenute tutte contestualmente assieme ai punzoni utilizzati per il conio, sulle quali risulta raffigurata un’aquila stante con ramo d’olivo e tripode sul dritto, ed un fulmine in corona di lauro sul rovescio, con la scritta: Alessandro Neottolemo.[xx]

 

Secondo la tradizione che descrive i fatti,[xxi] prima di sbarcare in Italia, volendo conoscere la propria sorte, Alessandro si recò a Dodona per consultare l’oracolo di Zeus, che ammonì il re di guardarsi da alcuni luoghi, dove il fato aveva stabilito che dovesse compiersi il suo destino. Luoghi dell’Italia che egli credette di riconoscere, invece, in quelli della sua patria.

Strabone riferisce, infatti che, in quella occasione, l’oracolo “gli aveva ordinato di guardarsi da Acheronte (Ἀχέροντα) e da Pandosia”, ma “essendoci di fatto in Tesprozia nomi uguali a questi, nel tentativo di fuggirli, egli venne qui a perdere la vita.”. Ad ingannare Alessandro si aggiunse anche un altro oracolo: “O Pandosia dai tre colli (Пανδοσία τρικόλωνε), un giorno rovinerai molta gente!”, “Egli pensò infatti che l’oracolo predicesse la rovina dei nemici e non già dei suoi.”.[xxii]

 

Nel solco di una tradizione evidentemente ormai consolidata, più tardi anche Stefano Bizantino (sec. VI d.C.), usando gli stessi termini di Strabone, ma attribuendo l’appartenenza della città ai Brettii, riferisce l’episodio della morte del re ed il famoso oracolo che la definiva Пανδοσίη τριϰόλωνε, identificandola come una fortezza naturale caratterizzata da tre sommità: Пανδοσία, φρούριον Βρεττίων ἐρυμνόν τρικόρυφον.[xxiii]

 

La circostanza del fraintendimento relativo alla predizione che menzionava i luoghi dell’Italia risultati fatali al re, tragicamente omonimi a quelli dell’Epiro, è riferita anche da Tito Livio e da Trogo-Giustino, che imbastiscono un racconto dei fatti più circostanziato, adeguato alla caratura del personaggio.

 

Secondo Tito Livio, Alessandro re dell’Epiro, che era stato chiamato in Italia dai Tarantini, recatosi dall’oracolo di Zeus, aveva ricevuto il responso di diffidare dalle acque dell’Acheros e dalla città di Pandosia (“caveret Acherusiam aquam Pandosiamque urbem ”).

Il re si era quindi affrettato a giungere in Italia, in maniera da allontanarsi dai luoghi menzionati nella predizione che, erroneamente, credeva fossero quelli dell’Epiro. Avvenne così, come succede in genere che, nel tentativo di sfuggirlo, egli andò incontro al suo tragico destino. Dopo aver vinto più volte le schiere dei Brettii e dei Lucani, conquistando ai primi Cosenza e Terina, ed ai secondi Siponto, nonché Eraclea colonia dei Tarantini ed altre città dei Messapi e dei Lucani, egli aveva mandato in Epiro come ostaggi, trecento famiglie illustri degli sconfitti, occupando tre alture (“tres tumulos”) nelle vicinanze della città di Pandosia (“Pandosia urbe”), presso il confine tra il territorio dei Lucani e quello dei Brettii. Luogo dal quale poteva effettuare agevolmente le sue incursioni per ogni parte del territorio nemico (“agri hostilis”).

Questa situazione ben presto però, si sarebbe rivelata un vantaggio per i suoi nemici. Essi infatti, sfruttando la distanza che separava i presidi epiroti e l’allagamento delle campagne per le pioggie che impedivano i collegamenti, assalirono e distrussero i primi due, ponendo l’assedio al terzo dove si trovava il re. Qui, a questo punto, gl’insuccessi maturati avrebbero determinato la defezione degli esuli Lucani che combattevano nelle fila di Alessandro, i quali, attraverso dei messaggeri, negoziarono con i compatrioti il loro ritorno, in cambio della consegna del re vivo o morto.

Considerata questa situazione sfavorevole ed abbandonati gl’indugi, Alessandro si portò così all’attacco dei nemici, riuscendo ad uccidere il comandante dei Lucani ma, in questo modo, andò incontro al suo destino. Egli, infatti, accingendosi ad un difficile attraversamento in prossimità di un ponte, recentemente distrutto dalla furia delle acque, sentì uno dei suoi soldati che, impegnato nelle difficoltà del guado, malediceva il nome di cattivo augurio del fiume, esclamando che, a ragione, lo chiamavano “Acheros”. Ascoltate queste parole e compresa finalmente la predizione dell’oracolo, il re cercò di guadagnare l’altra sponda, ma fu trafitto da un giavelloto, scagliatogli contro da uno degli esuli lucani, che avevano precedentemente combattuto al suo servizio.

Impossessatisi del suo corpo, trasportato dalla loro parte dalle acque del fiume, i Lucani lo dilaniarono indegnamente. Una metà la inviarono a Cosenza e l’altra la lasciarono sul campo di battaglia, dove rimase a fare da bersaglio ai colpi dei soldati. Tale nefandezza fu fatta cessare da una donna che, volendoli scambiare con la vita del marito e dei figli prigionieri in Epiro, ottene i resti del re che furono sepolti a Cosenza. Successivamente, le sue ossa furono rimesse ai nemici a Metaponto, e da qui inviate in Epiro alla moglie Cleopatra ed alla sorella Olimpiade[xxiv].

 

Analogo risulta il racconto di Giustino, il quale ricorda che Alessandro, re dell’Epiro, prima di giungere in Italia per prestare il suo aiuto ai Tarantini contro i Brettii, aveva ricevuto a Dodona il responso dell’oracolo

 

di Zeus, il quale gli aveva predetto la sorte che lo attendeva presso “urbem Pandosiam amnemque Acherusium”, luoghi che il re riteneva fossero quelli dell’Epiro, mentre era ignaro del fatto che si trovassero anche in Italia. Dopo aver combattuto con gli Apuli, con i Brettii ed i Lucani, ai quali prese diverse città, stabilì patti con i Metapontini, i Peucezi ed i Romani. Ma i Brettii ed i Lucani, con l’aiuto dei vicini, ritornarono in guerra contro di lui. Ucciso “iuxta urbem Pandosiam et flumen Acheronta”, il suo corpo fu riscattato e sepolto da quelli di Thurii.[xxv]

 

 

 

Brettii e Lucani

 

Il dettagliato racconto offertoci da queste fonti, riguardante la morte del re d’Epiro che, a prima vista, proprio per la sua descrizione minuziosa, dovrebbe poter fornirci elementi utili a identificare i luoghi in cui si svolse questa vicenda, in realtà ci aiuta poco in questo senso, rimanendo vagamente ambientato vicino alla “città” di Pandosia e presso il fiume Acheronte.

Esso non menziona nessun luogo vicino altrimenti noto, né ci fornisce alcun riferimento a posti conosciuti, ma risulta tutto incentrato sulla omonimia che avrebbe contraddistinto il luoghi patrii del re e quelli della sua morte: un artificio che appare funzionale all’epica del racconto, ma che doveva comunque poter fornire anche dei riferimenti reali, chiaramente riconoscibili dai suoi fruitori, affinchè la morale di cui era portatore fosse conservata nel tempo.

Anche l’indicazione riguardante la vicinanza del confine Bruzio-Lucano rimane di per sé abbastanza vaga, considerata la descrizione dell’area ionica relativa allo stanziamento di queste popolazioni che ci fornisce Strabone in età augustea.

Secondo la sua descrizione, a quel tempo, tale confine era rappresentato dal territorio di Thurii, e correva lungo l’istmo che, da questa città, permetteva di raggiungere Cirella, presso la città di Lao sull’altra costa.[xxvi]

 

Circa l’area interessata dal popolamento dei Brettii ai suoi tempi, Strabone afferma che essi abitavano “una penisola nella quale è inclusa un’altra penisola, quella, cioè, il cui istmo va da Scylletium fino al golfo di Hipponion” e che il loro territorio raggiungeva lo stretto. In origine però, e sulla base dell’opera di Antioco, Strabone riferisce che la regione abitata dai Brettii era stata chiamata “Enotria” e, successivamente, “Italia” e che i suoi confini erano stati: il fiume Laos dalla parte del Mar Tirreno e Metaponto sull’altra costa.

Successivamente, al tempo in cui i Greci avevano occupato “ambedue i litorali”, i Sanniti avevano scacciato gli Enotri ed insediato in questi territori alcuni Lucani. [xxvii]

 

Al tempo di Strabone, di tali antiche realtà rimaneva comunque ben poco, e nell’area che aveva visto prosperare le antiche città greche, molti luoghi erano stati occupati parte dai Lucani e dai Brettii, parte dai Campani, “per quanto costoro li occupino solo a parole, perché in realtà li controllano i Romani: e infatti questi popoli sono divenuti Romani.”.

Soffermandosi sulla presenza dei Lucani che occupavano l’entroterra nella zona situata all’interno del golfo di Taranto, Strabone metteva in evidenza la scomparsa dei loro caratteri distintivi e la scarsa importanza dei loro insediamenti, sottolinenado che “costoro come i Brettî ei Sanniti loro progenitori, soggiacquero a tante sventure che è oggi difficile persino distinguere i loro insediamenti. Infatti di ciasuno di questi popoli non sopravvive più nessuna organizzazione politica comune e i loro usi particolari, per quel che concerne la lingua, il modo di armarsi, e di vestirsi e altre cose di questo genere, sono completamente scomparsi;

 

d’altra parte considerati separatamente e in dettaglio, i loro insediamenti sono privi di ogni importanza.”.[xxviii]