Festività:

 

La notte di Natale

Dopo la cena di Natale, ancora oggi è consuetudine lasciare la tavola apparecchiata e il fuoco acceso nel camino fino al giorno dopo, in modo che, durante la notte, il Bambino Gesù possa rifocillarsi e scaldarsi.

La notte di Natale, inoltre, è l’unico momento dell’anno in cui, secondo la tradizione, si può tramandare ed insegnare la formula magica dello

«sfascino», per liberarsi dal malocchio. Una formula che ancora molti cerentinesi conoscono, ma che nessuno vuol pronunciare davanti un’altra persona se non in quella notte, per non farle perdere l’effetto magico. Per ottenere la formula segreta, così, siamo ricorsi all’escamotage di farcela scrivere su un foglio; quindi eccola qua:

 

Supra nu timpariallu

cce stavìa nu vecchiariallu chi coglìa e sciunnìa

e l’affascinu sinne jia.

 

( Sopra una collinetta c’era un vecchietto

che avvolgeva e svolgeva

e il malocchio se ne andava).

 

Chine t’ha affascinatu ‘u core le sia abbagnatu ‘u core culla mente e l’affascinu un sia nente

 

(Chine t’ha de spascinare

‘u patre, u figliu e lu spiritu santu.)

 

Affascinu malerittu vate a mare a t’annegare supra st’anima beneritta ur’ha’ cchi ce fare (per tre volte alle spalle)

 

Chi ti ha dato il malocchio

possa avere il cuore insanguinato il cuore con la mente

e il malocchio non sia niente

 

Chi ti deve togliere il malocchio

il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo

Malocchio maledetto vai a mare ad annegare

su quest’anima benedetta non c’hai niente da fare.

 

La notte dell’Epifania

Gli anziani cerentinesi raccontano che la notte dell’Epifania accadano strane cose. Per esempio, che dalle fontane pubbliche, sgorghi olio e vino anziché acqua, ma che ne possano bere soltanto coloro che ci vadano spontaneamente e senza pensarci. Così si racconta di un uomo che vide la sua comare, sonnambula, andare di notte alla fontana con una lancella (brocca di terra cotta). La mattina dopo andò a trovarla e, per scoprire se la donna si era resa conto di quello che era successo durante la notte, le chiese un bicchiere di acqua. La comare rispose di non poterlo accontentare perché ancora non aveva avuto il tempo di riempire la lancella, ma dietro le insistenze dell’uomo, andò a prenderla e scoprì invece che era piena di olio.

Sempre nella notte dell’Epifania accadrebbe, secondo la credenza popolare, un altro prodigio: gli animali si metterebbero a parlare e a maledire quei padroni che li abbiano trattati male. E proprio per tenerli buoni e per evitare che le loro maledizioni si avverino, quella notte, tutti coloro che hanno animali domestici, si premurano di rifocillarli ben bene.

 

Storie di…. siepi e campane

Si racconta che, tanti e tanti anni fa, i cerentinesi avessero comprato delle campane nuove per la loro chiesa e che, per non farne godere gratuitamente il suono ai vicini caccuresi, decisero di erigere una siepe molto alta sul confine con Caccuri. Questo almeno stando alla versione che si tramanda a Caccuri, mentre secondo la versione che si racconta a Cerenzia sarebbero stati i caccuresi stessi che, rosi dall’invidia per le campane nuove, avrebbero eretto la siepe per non ascoltarne lo scampanio.

Comunque siano (o non siano) andate le cose, questa storiella, diventata presto famosa in tutti i paesi del circondario, valse a Caccuri e Cerenzia l’epiteto, anch’esso diventato altrettanto famoso, di «paisi ‘e ra ciotia». Un appellativo certo poco gratificante, ma spiritoso e bonario, che testimonia comunque della natura semplice e genuina che accomuna gli abitanti di questi due paesi, completamente estranei a fenomeni di delinquenza e criminalità.

La storiella della siepe, testimonia anche delle punzecchiature reciproche che hanno sempre caratterizzato i rapporti tra cerentinesi e caccuresi, come sempre accade tra paesi tanto vicini. Così gli uni con gli altri si scambiavano «apprezzamenti» e attributi di tutti i tipi ; i cerentinesi erano appellati oltre che come «cioti», come «’nciota campane» o «chjapparari» (venditori di capperi, di cui la zona è ricca), mentre ai caccuresi toccava l’appellativo di

«cagnusi», in riferimento ad una ipertrofia della tiroide (in dialetto il gozzo è detto «cagnu» o «vozzu»), in passato, particolarmente ricorrente tra le donne di Caccuri.

Sempre con riferimento a questa patologia, i cerentinesi insinuavano che le ragazze di Caccuri si rivolgessero al loro santo protettore con questa preghiera, facendosi addirittura vanto dell’antiestetico «cagnu».

 

Santu Roccu miu benignu, tu lu sai ppecchì cce vegnu ! Tanta brutta ‘un ce signu,

nu’ pocu ‘e cagnu puru ‘u tegnu !

 

(San Rocco mio benigno, tu lo sai perchè vengo da te ! tanto brutta non sono, un pò di gozzo pure ce l’ho !).

 

Un’altra simpatica storiella, addebitata dai cerentinesi ai caccuresi e viceversa, è quella del contadino che allarmava il paese per una semplice lumaca,

 

che non conosceva, con questa fantasiosa e pittoresca descrizione :

 

Curriti gente !,

Alla valle re Trabbese ccè n’animale velenoso !

‘u rè tauru e tena lli corna ‘u rè verre e fà lla scuma

‘u rè palarino e porta lla casa ‘ncollu !

 

Correte gente !

Alla valle di Trabbese c’è un animale velenoso

non è toro ed ha le corna non è veltro e fa la schiuma

non è un paladino e porta la casa addosso.

 

Ma le storielle che i cerentinesi raccontano dei caccuresi, e viceversa, sono sempre comunque improntate alla bonarietà e alla sana ironia, vista l’intensità dei rapporti che è sempre esistita tra le due popolazioni, attestati anche dal gran numero dei matrimoni «misti» che continuano a celebrarsi ancora oggi.