Giochi:

Tutti i giochi infantili dei nostri antenati (a Cerenzia un po’ come in tutti gli altri paesi della zona),hanno in comune la caratteristica di utilizzare materiali poveri, di scarto o comunque facilmente reperibili nelle case e nelle strade di allora
per fabbricare i giocattoli. Erano dunque giochi che non costavano niente, coerentemente con lo stile di vita degli adulti , che era al limite della sopravvivenza e improntato allo sfruttamento minuzioso di ogni singola risorsa. Ma era proprio la povertà e la semplicità dei materiali a disposizione a stimolare la fantasia, necessaria per rendere piacevole e divertente il gioco. Erano tutti giochi di gruppo che avvenivano all’aperto, per le strade o nelle piazze, particolarmente in occasione di feste e sagre paesane e praticati soprattutto dai maschi, esclusivamente in età scolare. Ecco alcuni dei giochi più frequenti a Cerenzia, sicuramente conosciuti anche dagli anziani di tanti altri paesi vicini.

«’E stacce»
Le regole del gioco erano più o meno le stesse di quello delle bocce, ma al loro posto si utilizzavano delle pietre di fiume levigate, rotonde ed appiattite: un tipo di materiale senz’altro più facile da reperire e soprattutto più economico. Spesso la fortuna dei giocatori dipendeva dal possedere stacce
«migliori» di quelle degli avversari. Il campo di gioco erano le strade o gli spazi liberi del paese e l’abilità dei giocatori consisteva nell’indovinare ‘a minata, cioè il percorso più o meno tortuoso «adattato» al terreno, affatto pianeggiante, che doveva permettere alla staccia di superare i vari ostacoli per avvicinarsi il più possibile allo staccino. La sconfitta si pagava con fichi secchi, noci o castagne.

«I petrilli»
Era un gioco praticato in particolare dalle ragazze, sullo “scalone” della porta di casa, in quei momenti liberi dai lavori domestici o dalla preparazione del corredo, cui erano avviate molto precocemente. Per questo gioco venivano utilizzate cinque pietre rotonde, non troppo grandi, in modo da stare tutte in un pugno. Le giocatrici, che dovevano essere in due, lanciavano i sassolini in aria, a mo’ di dadi in numero progressivo, per poi riprenderli al volo dopo averne raccolto altri da terra.

« ’U rrummulu»
Diffusissimo tra i ragazzi, era una specie di trottola di legno non più grande di un pugno, con una punta di ferro, attorno al quale veniva avvolta una cordicella che serviva a «lanciarlo» facendolo girare velocemente. Le gare consistevano non solo nel far ruotare il proprio “rrummulo” più a lungo possibile, ma anche nell’ostacolare la rotazione di quello degli altri. Per un ragazzo, la più pesante sconfitta, vissuta come una vera e propria umiliazione, era quella di vedere il proprio «rrummulo» colpito e spaccato da quello dell’avversario.

‘U carru
Nella forma più semplice erano costituiti da una tavola, su cui si sedeva il pilota, munita di piccole ruote: due posteriori fisse e una anteriore munita di asse mobile che consentiva al carro di sterzare. La costruzione del carro era comunque un’operazione lunga ed elaborata, nella quale la maggior parte dei ragazzi investiva il meglio del proprio ingegno. La gara, oltre che in una corsa spericolata in discesa per le vie del paese, consisteva anche, e forse di più, nel realizzare il carro migliore e più originale.

‘U ruallu ‘
Un cerchione di bicicletta guidato con mano esperta per mezzo di un cacchiu (un gancio di ferro sagomato con estrema perizia), era il gioco più
«dinamico» che costringeva i ragazzi a correre ore e ore per le vie del paese. Manovrandolo nei percorsi più vari e inventandosi gincane accidentate, davano prova della propria abilità e percorrevano chilometri e chilometri senza accorgersene.

Strumenti
Con la stessa filosofia economica utilizzata per i giochi infantili, si costruivano gli strumenti che i ragazzi (ma anche gli adulti) suonavano, soprattutto durante le festività più importanti. Si trattava di strumenti costruiti utilizzando ancora una volta materiali poveri e di scarto, ma che, spesso, nella realizzazione richiedevano una certa abilità e capacità, tanto che non era raro vedere i nonni costruirli per i nipoti, magari facendosi aiutare a loro volta dal falegname.

«U frischiettu», corrispondente più o meno allo zufolo, era legato in particolare alle festività natalizie, come attesta questo proverbio:

Quannu sianti i frischietti sunare, è llu signu che è benutu Natale .

(Quando senti i fischietti suonare, è il segnale che è arrivato Natale).

Per realizzarlo si utilizzava un pezzo di canna, scelto accuratamente, gli si foravano all’interno i diaframmi, si tagliava un’estremità in diagonale e con uno spiedo arroventato, si creavano dei fori a distanza regolare. Talvolta, per rendere più bello lo strumento, con lo stesso spiedo, gli si decorava anche la superficie.