Il feudo di Cerenzìa

 

Nella scia di questi racconti, ricalca ancora lo schema narrativo della ribellione del vassallo nei confronti del proprio signore feudale, il racconto dei fatti che condussero alla formazione del feudo di Cerenzìa.

Secondo le cronache, che riconducono i fatti al 1090, al tempo in cui il conte Ruggero si accingeva alla spedizione contro Malta, il suo scontro con “Mainerius de Gerentia”, sarebbe nato dal rifiuto di questi di partecipare all’impresa. Constatata tale insolenza, il conte avrebbe quindi differito la sua partenza per Malta, spostandosi dalla Sicilia “in Calabriam”, per ricondurre al proprio volere il feudatario ribelle.

 

Secondo il Malaterra, atterrito dall’assedio di Ruggero e giunto a più miti consigli, Manerio si sarebbe sottomesso al conte pagandogli la somma di mille solidos d’oro. Ottenuta così la sua obbedienza, Ruggero si diresse a Cosenza, valicando le alture dei monti adiacenti: “Sicque per ardua adiacentium montium inde digrediens, Cusentium venit”.[lvii]

 

Rispetto a questo sviluppo dei fatti fornitoci dal Malaterra, diversa appare la conclusione della vicenda secondo le cronache di Lupo Prothospatario e di Romualdo Salernitano che, concordemente, riferiscono la devastazione e l’incendio della città di “Acherontia” nel 1090.[lviii]

 

In questo caso, come rinveniamo in altri episodi analoghi contenuti nelle cronache medievali, tali devastazioni, prodotte ricorrendo all’incendio dei luoghi, risultano interpretabili alla luce del processo di ricomposizione del territorio, assumendo un significato rigenerativo/rifondativo.

 

I tre castelli rappresentati sui sigilli dell’università di Isola (1), Mesoraca (2), San Mauro (3) e Belcastro (4).

 

 

 

La diocesi vescovile

 

Le vicende poste in evidenza da queste fonti, che possiamo porre in relazione alla costituzione del feudo di Cerenzìa, sono accompagnate, parallelamente, da quelle relative al suo vescovato che, in questo stesso periodo, assume un nuovo assetto nell’ambito di una diocesi vescovile strutturata in un territorio definito, abbandonando così la sua originaria dimensione di monastero che caratterizzava ancora le chiese cattedrali a quel tempo, come ben documenta il “brébion” della cattedrale di Reggio risalente a verso la metà del sec. XI.[lix]

 

Tracce di questo precedente assetto della cattedrale di Cerenzìa, riferibile alla sua antica origine, emergono, ad esempio, attraverso la notizia riferita dal Fiore, circa l’appartenenza alla “diocesi di Gerenzia” del monastero Tassitano posto nella Sila[lx] mentre, ancora al tempo del c.d. Decennio francese, sempre sull’altipiano silano, la Mensa vescovile di Cerenzìa possedeva la difesa di Trepidò Sottano.[lxi]

 

In relazione al suo antico assetto ecclesiastico, sorto nell’ambito di un vasto territorio che aveva visto la presenza d’importanti realtà dell’evo antico, sul finire dell’Undicesimo secolo troviamo il vescovo di Cerenzìa Polycronio intervenire ben oltre quelli che risulteranno i confini della sua diocesi medievale, quando, col consenso dell’arcivescovo di Santa Severina Costantino, riedificò e ripristinò l’abbazia greca di Calabromaria ad Altilia, reintroducendovi i monaci e dotandola di molti beni.[lxii]

 

La particolare antichità della chiesa di Cerenzìa e la vastità del territorio interessato dal suo dominio in epoca precedente a quella feudale, si evidenziano anche attraverso alcune notizie che risalgono al tempo della erezione della cattedrale di Cariati (1437).

Al quel tempo, infatti, quest’ultima non fu unita alla più vicina Umbriatico, ma alla più distante sede vescovile di Cerenzìa,[lxiii] andando a costituire la nuova diocesi, con i territori di Cariati, Scala, Terra vecchia e S. Maurello che, invece, secondo le affermazione del vescovo di Cerenzìa Maurizio Ricci (1621), avrebbero precedentemente fatto parte della diocesi di Rossano, alla quale, per ricompensarne la perdita, sarebbero andate quelle di Campana e Bocchigliero, prima appartenute alla diocesi di Cerenzìa.[lxiv]

 

Attraverso i pagamenti relativi alle decime dovute alla Santa Sede, sappiamo invece che, agli inizi del Trecento, la diocesi di “Gerencie”, suffraganea della metropolia di Santa Severina, e confinante con quelle di Santa Severina, Umbriatico, Rossano e Cosenza, oltre alla città di Cerenzìa, comprendeva solamente i casali di Verzino e di Lucrò ed il castrum di Caccuri,[lxv] mentre la terra di Campana e quella di “Bucchigleri”, come anche “Cariati, S. Maureli, Scale et Terra Vecchia”, appartenevano tutte alla diocesi di Rossano.[lxvi]

 

Da tutto ciò possiamo argomentare, che le notizie relative i diritti vantati dal vescovo di Cerenzìa sopra un beneficio esistente fuori dai confini diocesani, al pari di quelle che ci riferiscono dei possedimenti o degli interessi che la Mensa vescovile aveva avuto, o ancora manteneva in epoca moderna oltre tali confini, ci rimandano ad un periodo precedente alla strutturazione feudale dei territori, quando i possessi delle chiese cattedrali non ricadevano ancora all’interno di una diocesi definita da un confine continuo ma, al pari di quelli appartenenti agli altri monasteri, erano riuniti secondo criteri funzionali alla loro economia abbaziale.