Il cordoglio

Un antico costume, che oggi a Cerenzia sopravvive solo negli aspetti meno appariscenti, era «u murtuaru», il rituale funebre, dove protagoniste assolute erano le donne. A loro, infatti, toccava il compito di manifestare il cordoglio per il defunto, e dovevano farlo nella maniera più plateale possibile, quasi come se all’esternazione più grande, equivalesse necessariamente un dolore più grande.

Così, quando in una casa si verificava un lutto, i pianti e le urla delle donne della famiglia, facevano da richiamo per le amiche e le vicine, che accorrevano per procedere alla vestitura del morto. Contemporaneamente si incaricava il falegname (‘u marru rasciu) di costruire la bara (‘u tavutu) e il fabbro (‘u furgiaru) di forgiare la croce da infiggere sul tumulo. Quando il morto veniva deposto nella cassa, in un’esplosione di pianti e di grida più forti, in una tasca gli venivano messi tredici monete e tre pezzettini di pane, necessari per pagare il «pedaggio» nell’aldilà e per placare la fame dei tre cani della «Caninea».

Poi, dopo la sacra aspersione da parte del prete, la cassa, scoperta, veniva portata a spalla fino in chiesa, da quattro uomini della famiglia. Seguiva un corteo funebre cittadino, al passaggio del quale tutte le finestre e le porte dovevano trovarsi chiuse in segno di lutto. All’uscita dalla chiesa, il corteo accompagnava il feretro fino al cimitero, mentre gli uomini di famiglia tornavano a casa.

Un’usanza che perdura ancora oggi, è che al ritorno da un funerale ognuno torni a casa propria, senza entrare in casa di amici o parenti, perché questo sarebbe di cattivo augurio.

 

Il lutto

In tutte le varie fasi del rituale erano sempre le donne, rigorosamente vestite di nero, che manifestavano in maniera più appariscente il loro cordoglio, gridando e piangendo, sciogliendosi e strappandosi i capelli, dimenandosi e battendo i piedi per terra, percuotendosi il petto e persino graffiandosi il viso.

Gli uomini invece mantenevano un atteggiamento più composto, sebbene anche loro dovessero comunque manifestare il dolore con dei segni di lutto esteriori, come i capelli spettinati, la barba trascurata, la camicia nera ed una striscia di stoffa nera sulla manica della giacca. Anche per il «lutto» da portare in seguito, c’erano delle regole diverse per uomini e donne: la vedova, la «cattiva» (dal latino captiva), doveva vestirsi di nero per tutta la vita dopo la morte del marito, o almeno finché non si fosse risposata; per il vedovo invece poteva essere sufficiente portare la camicia nera per un anno. E così pure gli altri familiari del morto erano tenuti ad un periodo più o meno lungo di lutto, a seconda del grado di parentela e a seconda del sesso.

Nella casa del morto, poi, per almeno otto giorni dopo il funerale, tutte le attività erano sospese: il fuoco non si accendeva, non si cucinava (erano le vicine che premurosamente provvedevano all’alimentazione della famiglia in lutto), gli uomini non si sbarbavano, le donne lasciavano i capelli sciolti, le imposte rimanevano socchiuse e si parlava a bassa voce. Per almeno un anno inoltre, nella famiglia del morto, non si commemorava nessuna festività, né tantomeno si celebravano matrimoni o battesimi.

Alla fine la vita riprendeva normalmente, anche perché nella società contadina di allora, non ci si poteva permettere di piangere i propri morti rimanendo inattivi troppo a lungo: per non mettere a rischio l’economia e la sopravvivenza stessa della famiglia, era necessario continuare a lavorare. Una filosofia di vita che accettava quindi la morte come una fase ineluttabile dell’esistenza a cui doveva seguire una necessaria rassegnazione come rivelano questi e molti altri proverbi ancora recitati dai nostri anziani:

 

«A ciangiare ‘nu muartu è tempu pierzu»

(Piangere un morto è tempo perso)

 

«Amaru chine mora, chine resta cunna ‘lla minerra»

(Povero chi muore, chi resta condisce la minestra )

 

«I muarti cu lli muarti in vita eterna, i vivi cu lli vivi alla taverna»

(I morti con i morti in vita eterna, i vivi con i vivi alla taverna)