Gente di San Giovanni in Fiore

Chi è stato Saverio Marra, e di qual segno è stato il suo operato nel paese in cui condusse parte preponderante della sua vita, San Giovanni in Fiore, in provincia di Cosenza, il lettore lo apprenderà attraverso il saggio che appare in chiusura di questo volume. Qui vorrei brevemente introdurre la selezione di sessanta immagini che, per iniziativa del civico Museo demologico dell’economia, del lavoro e della storia sociale silana, presento.
Marra ha lasciato svariate centinaia di negativi su vetro e su pellicola, frutto di circa quarant’anni di intensa attività fotografica, svolta nella prima metà del Novecento, e questo cospicuo corpus, per più parte affluito, a seguito di una disinteressata donazione degli eredi, al patrimonio pubblico (per una parte sottratto, invece, mentre il fotografo era ormai anziano e infermo, da un disinvolto collezionista), illustra vari aspetti della vita del paese, del circondario, di alcuni centri vicini: il paesaggio agrario, ad esempio, gli abitati, le trasformazioni territoriali legate all’industrializzazione e alla modernizzazione, l’ossessiva e pervasiva presenza del fascismo, le feste, i matrimoni, i funerali, il lavoro, i sembianti delle persone, soprattutto di quelle appartenenti alle classi e ai ceti popolari, fermati spesso in occasioni cerimoniali o rituali, al fine di essere trasmessi Oltreoceano, perché la vita locale, in certi suoi snodi fondamentali, potesse essere notificata, o presentificata, a chi se ne era dovuto allontanare.
Dell’insieme di questa produzione ho avuto modo di dar conto, a un pubblico nazionale ampio, ormai molti anni or sono, attraverso una mostra e un volume realizzati con il prezioso contributo di Marina Malabotti e di Marina Miraglia”. Marra ne emergeva come personaggio complesso, come autore popolare legato alla sua clientela e al suo pubblico da un ambivalente rapporto di intimità culturale e di studiata s distanza, come fotografo caratterizzato da uno stile e da un linguaggio specifici, nel contesto della variegata vicenda italiana. Marra emergeva, soprattutto, come attento e partecipe sociologo del suo ambiente, in possesso, come Martin Chambi per il Cuzco, di una poetica e lucida capacità di decifrazione, e di traduzione in immagine, della vasta tipologia umana che aveva di fronte.
In questa sede mi occuperò, invece, di un aspetto specifico dell’attività di Marra, di sicura preminenza, quello legato al ritratto.
Con il ritratto, il fotografo si è, infatti, cimentato a lungo, sperimentandolo in tutte le sue forme e in tutte le sue varianti stilistiche (primo piano, mezzo busto, piano americano, figura intera, ripresa frontale o, ben più raramente, obliqua, ripresa in interno e in esterno, su fondale, su sfondo naturale, su sfondo neutro, ritratto singolo, in coppia, in gruppo, etc.); al ritratto ha dedicato rigorosa cura psicologica e forte attenzione formale (nel suo lascito, non vi sono fotografie sciatte, tirate via, in cui il soggetto o i soggetti non emergano con una loro netta individualità).
Attraverso questi ritratti, la gente di San Giovanni in Fiore si mostra, in un determinato lasso di tempo, qual appariva, qual desiderava apparire, con la sua nobile e immobile tensione eidetica, con il suo sembiante, con le sue connotazioni sociali: si mostrano, i suoi poveri e poverissimi, affiorati alla memoria fotografica attraverso la necessità dell’immagine segnaletica o dell’immagine che vorrei definire migratoria o migrante (perché, in effetti, come ho più sopra scritto, migrava nel nuovo mondo per ricordare doveri, diritti, fedeltà, appartenenze, eventi, regimi esistenziali e flussi affettivi); i suoi artigiani, con il loro modesto agio conquistato sul mercato del paese, pacatamente messo in scena; i suoi operai, mascherati da operai in festa; la sua mesta e onesta borghesia; i suoi signori, stravaganti (come solo i signori possono consentirsi di essere) o potenti, con la loro fisionomia modellata dalla posizione egemonica. Tutti questi sembianti, sia detto per inciso, salvo rarissime eccezioni, appaiono oggi dotati di una loro precisa identità anagrafica e sociale (nome, cognome, soprannome, età, luogo di residenza, grado di scolarizzazione, mestiere o professione), frutto di un certosino lavoro di scavo condotto dai ricercatori afferenti al Museo e, tra di loro, in particolare, da Mariolina Bitonti. Un lavoro di scavo che esalta quella vocazione sociologica di Marra, cui prima ho fatto cenno.
I ritratti che ho scelto, in maggioranza ascrivibili al contesto popolare locale, ritengo posseggano un’alta rappresentatività, dal punto di vista etnografico, antropologico, sociologico, sia rispetto a San Giovanni in Fiore, sia rispetto al corpus di Marra così come ci è pervenuto. Osservi il lettore questo micro-inventario paesano e lo confronti, ancora con i dovuti distinguo e le dovute cautele, con lo splendido catalogo sociologico della Germania di Weimar, composto da August Sander, per verificarne le (molte) affinità e le (significative) differenze.
Le immagini che compongono tale inventario sono organizzate in due grandi serie ideali, quella dedicata alla raffigurazione della condizione sociale locale e quella dedicata alla raffigurazione della più ristretta realtà familiare; in qualche modo, se questa partizione può aver senso in rapporto al mezzo fotografico e a un contesto in cui l’una e l’altra avevano connessioni complesse, oggi desuete, alla dimensione pubblica e a quella privata.
Nella prima serie si vedono agrari, commercianti, operai, contadini, il campiere, i carabinieri (significativamente anonimi e, tuttavia, sempre presenti e importanti all’interno della compagine sociale locale), la guardia forestale, il cantoniere, la tessitrice, il maestro elementare, l’agrimensore, alcune volte con la loro facies sociale in bella mostra, altre volte con una più recondita e segreta identità. Nella seconda serie, aperta e chiusa da due ritratti di grandi gruppi familiari di bella eleganza compositiva (scelti tra i tanti presenti nell’archivio), si dispiega la varia modulazione dell’universo familiare: i bambini, con le loro ostentate insegne di genere e di stato, gli adolescenti, le ragazze nel costume che segnala la loro condizione nubile, gli sposi nel momento delle nozze, la fase adulta e senile della vita coniugale, le relazioni privilegiate tra parenti o affini (il nipotino, il cuginetto, il cognato, le sorelle, la madre e la figlia, il padre e il figlio, etc.), la celebrazione della morte e del lutto. Qui vorrei richiamare l’attenzione del lettore sulla straordinaria sequenza di immagini dei fratelli Antonio e Salvatore Sirianni, che compone una sorta di ciclo delle relazioni cerimoniali e dei legami affettivi che vincolano i due e i loro rispettivi nuclei familiari; o ancora sulle immagini connesse alla brutale cesura familiare legata all’emigrazione e, ne scriverò più avanti, alle strategie iconografiche di rassicurazione dell’assente.
Le due serie che ho ricordato, aperte da uno splendido “ritratto” collettivo della gente di San Giovanni in Fiore al lavoro (metafora di una condizione in cui si è dovuto sempre lottare e faticare con asprezza per restare nel mondo), ricompongono la fisionomia sociale di una realtà in cui la famiglia è anche unità produttiva e in cui l’unità produttiva, al di là delle retoriche o delle rappresentazioni idilliche, è anche famiglia.
Non ho evocato a caso, sin qui, Chambi e Sander, autori diversi e di diversa cultura e attitudine figurativa, uniti però da una lucida capacità d’indagine dei contesti sociali in cui vivevano e operavano. Sono, infatti, convinto – e spero che il regesto che il lettore ha tra le mani sostenga e motivi la mia affermazione – che Marra sia un autore, come dirò avanti in modo più fondato, di notevole tempra, cui si deve una delle più complete e penetranti rappresentazioni della dimensione locale in una regione periferica d’Europa. Le soluzioni formali che Marra adotta, l’uso sapiente che egli fa della luce, la grande capacità d’introspezione psicologica che mostra, la sapiente miscela di vicinanza e lontananza che sperimenta nell’approccio, fanno sì che la sua opera si distacchi da quella del vastissimo stuolo di colleghi, i più significativi dei quali ho sopra rammentato, che con lui condivisero l’avventura della documentazione del festival d’affetti e bisogni dei mille paesi italiani nel secolo scorso.
Per quel che concerne le opzioni tecniche, di cui è doveroso fornire al lettore e allo spettatore ragguaglio, questo catalogo e la mostra che accompagna, si differenziano rispetto all’esperienza del 1984, che ho prima ricordato. In quella occasione ho tentato di restituire un’immagine filologicamente fedele del lavoro di Marra. Le riproduzioni esibite in mostra e, soprattutto, in catalogo, erano di piccolo formato, piuttosto vicine al 13×18 che rappresenta lo standard del patrimonio negativo dell’autore. Le immagini erano state trattate, inoltre, quasi alla stregua di riproduzioni per contatto, con pochissime manipolazioni, mascherature, aggiustamenti, nella convinzione che fosse utile che questo autore, che per la prima volta si affacciava nella storia della fotografia italiana, fosse valutato per quel era (i suoi originali ancor presenti sul terreno sono, in effetti, tutte stampe per contatto e, proprio perché tali stampe, che costituivano la regola del laboratorio, erano piuttosto piccole, Marra usava ritoccare alla fonte, per così dire, il negativo).
Il catalogo e la mostra di oggi propongono, invece, letture digitalizzate dell’opera di Marra, riprodotte in grande formato (le immagini in mostra misurano cm. 50×70), sottoposte a un lavoro di pulitura delle numerose imperfezioni e abrasioni presenti sul negativo. Le stampe digitali ai pigmenti di carbone, realizzate da files ad alta definizione con tecnologia d’avanguardia, nello stesso paese dove Marra ha operato, sono impresse su carta cotone. Ho ritenuto che questo processo di interpretazione, che ho seguito passo per passo, e che presentava problemi di lettura e restituzione delle lastre originali piuttosto complessi, non soltanto potesse mettere in sintonia un autore desueto e marginale con il gusto tipico della fruizione contemporanea (una concessione alla moda del momento, insomma, per far giungere a molti il messaggio di uno), ma soprattutto potesse aiutare a leggere meglio le sue fotografie.
Queste sono, infatti, sì ricche di particolari e dettagli (la consistenza dello sguardo, la mimica facciale, le rughe delle mani, la postura del corpo, la trama dei tessuti, le macchie i rattoppi, le pagliuzze e le mosche presenti sull’abito, il fango sulle scarpe, le scorie e i residui sul terreno, etc.), che il piccolo formato fa loro torto; mezzi che consentono di restituire, dunque, l’insieme dei segni che ho ricordato, nella loro imponente significanza culturale e sociale, appaiono a mio avviso legittimi.
Naturalmente, per rispetto per la sua persona e il suo lavoro, occorre ricordare che, benché fosse curioso ed aperto al nuovo, Marra non avrebbe mai pensato di poter mostrare (e osservare) le sue immagini nelle forme che il lettore di questo volume e lo spettatore di questa mostra hanno sotto gli occhi; pertanto, l’operazione che ho condotto a termine presenta margini d’opinabilità, di cui sono consapevole e con cui ho fatto i conti. Tuttavia, se l’etnografia è la disciplina del dettaglio, dettaglio che contribuisce a svelare con la sua forza il mistero dell’umanità che si mostra, il procedimento adottato aiuta a restituire, in tutta la sua straordinaria evidenza, l’etnografia locale che il fotografo ha saputo, con lavoro appassionato e sapiente, costruire.

Tratto da:
Gente di San Giovanni in Fiore
edizioni Alinari, a cura di Francesco Faeta

Foto-Videoteca San Giovanni in Fiore

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Archivio Saverio Marra

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Queste immagini di luoghi e persone non hanno una identificazione certa, le abbiamo pubblicate ugualmente con la speranza che qualcuno riconosca i propri cari e ce lo segnali.

Archivio Marra “Unknown”