San Teodoro e il drago

La leggenda più popolare e più antica intorno alla città è senz’altro quella di San Teodoro di Amasea e del drago. Una leggenda «importata» da Acerenthia, che tutti i cerentinesi, anche i più giovani, conoscono, e che costituisce ancora oggi un’eredità ed un legame con la vecchia città.

Il culto di San Teodoro fu importato molto probabilmente dall’Oriente (Amasea è appunto una città dell’Asia Minore) intorno al VII-VIII secolo, ad opera dei numerosi monaci basiliani, che in quell’epoca si erano insediati anche nel territorio di Cerenzia.

Secondo il racconto popolare, in cui si mescolano sacro e profano, in una grotta sotto Acerenthia (individuata in una delle grotte carsiche di cui la zona è ricca), viveva un drago con sette teste, che ogni anno pretendeva dalla città il sacrificio di sette fanciulle illibate. Quando arrivò il turno della figlia del principe, che doveva essere sacrificata al mostruoso tiranno insieme ad altre sei ragazze, si trovò a passare da Acerenthia Teodoro (secondo l’etimologia: dono di Dio), valoroso soldato della legione dei Mirmidoni di Amasea nel Ponto. Egli uccise il drago, tagliandogli le sette teste una ad una (che il suo cane prontamente portava fuori dalla grotta affinché il mostro non se le riattaccasse), liberando così la città da questa orribile tirannide. Per questo fu portato in trionfo dagli antichi abitatori di Acerenthia, che lo elessero patrono e protettore della città. In essa il culto durò per oltre un millennio, per poi trasferirsi nell’attuale Cerenzia.

Il legame con questo santo è ancora oggi molto vivo e sentito, come è dimostrato, tra le altre cose, dal grande numero di cerentinesi che portano il suo nome.

Il 9 Novembre si svolgono i festeggiamenti religiosi e la statua del santo, ritratto con la corazza da soldato e con una corona formata dalle sette lingue del drago, viene portata a spalla, in processione per le vie del paese. Molti gli inni sacri ed i canti a lui dedicati, tra cui uno composto di recente dallo stesso poeta Torchia. Ecco invece un vecchio inno di anonimo, cantato ancora oggi dalle donne cerentinesi durante la processione del santo, che è stato recentemente trascritto per banda dal maestro Francesco Pignataro e inserito dunque nel repertorio della banda parrocchiale di Cerenzia, da lui diretta.