Una realtà pre-urbana

Sulla base di queste notizie e di queste valutazioni di Strabone, risulta ora possibile contestualizzare meglio le informazioni circa la localizzazione di Pandosia, provenienti dalle altre fonti antiche, che pongono in evidenza la sua appartenenza o vicinanza, al territorio dei Lucani.

A tale riguardo possiamo dire che, alcune di queste fonti, sembrano riferire genericamente tale appartenenza, solo sulla base di quella che era ritenuta al tempo l’antica origine delle popolazioni che abitavano lungo l’arco ionico, essendo ormai svaniti, come riferisce Strabone all’epoca di Augusto, i loro diversi caratteri distintivi, mentre altre giungono a tale attribuzione, sulla scorta del famoso episodio in cui Alessandro Neottolemo era stato ucciso per mano dei Lucani, come dimostra, ad esempio, l’assenza di un riferimento specifico da parte di Plinio il Vecchio (sec. I d.C.), che non menziona Pandosia nella sua accurata descrizione del territorio lucano e brettio[xxix] ma, rifacendosi alla testimonianza di Theopompo, afferma solo che questa, nel passato, era stata una città dei Lucani, presso la quale il re aveva perso la vita: “et Pandosiam Lucanorum urbem fuisse Theopompus, in qua Alexander Epirotes occubuerit”.[xxx]

 

Πανδοσία figura tra le città greche appartenenti alla “Lucaniae penisula”,[xxxi] anche nel Periplo dello Pseudo Scilace, mentre Tito Livio la individua in prossimità del confine bruzio-lucano: “Pandosia urbe, imminente Lucanis ac Bruttis finibus”,[xxxii] che Strabone stabilisce lungo quelli della città di Thurii.[xxxiii]In questa direzione, nell’Orbis Descriptio dello Pseudo Scimno, Pandosia risulta indicata tra Crotone e Thurii, attraverso la menzione degli abitati principali posti lungo il versante ionico della regione: “Post Crotonem Pandosia et Thurii; finitimum his est Metapontium”[xxxiv], mentre Strabone, sempre ricorrendo a quanto riferiva in merito l’episodio relativo alla morte di Alessandro Neottolemo, indica Pandosia nell’interno, “Poco al di sopra” di Consentia “metropoli dei Brettî”, vicino al fiume Acheronte (ποταμòς Ἀχέρον).

Nella sua descrizione del territorio in cui si trovavano le città dei Bretti, Strabone fa queste affermazioni relative a Pandosia, dopo aver menzionato tutti i centri principali del versante tirrenico: Temesa, Terina e Cosenza, facendole seguire da quelle relative a Hipponio.[xxxv]

 

Lo stesso schema descrittivo, che ci appare come una digressione verso l’interno della descrizione di questo versante, permettendoci quindi di escludere quest’area dalla nostra ricerca, risulta adottato successivamente anche da Plinio, di poco posteriore al precedente che, dopo aver elencato Temesa, Terina e Cosenza, e prima di citare Hipponio, menziona una “paeninsula” dove si trovava il fiume “Acheron”, dal quale avrebbero assunto il proprio nome gli abitanti del luogo (“Aceruntini”).[xxxvi]

 

Appare quindi come le informazioni di cui disponiamo, consentano di circoscrivere la realtà di Pandosia tra quella di Consentia, “metropoli dei Brettî”, segnata dal limite coltivabile lungo il confine silano, il fiume Neto, che distingueva i limiti della città di Crotone, come riferiscono espressamente i suoi miti di fondazione,[xxxvii] e quelli della città di Sibari/Thurii, delimitando così un ampio territorio interno posto lungo il versante ionico che, secondo Strabone, era stato anticamente interessato dalla penetrazione dei Sanniti/Lucani ma che, successivamente, era stato ristrutturato politicamente al tempo della costituzione federale dei Brettii (metà del sec. IV a.C.). Un’ampiezza ed una successione che giustificano la sua posizione di confine e le attribuzioni generiche riferite dalle diverse fonti.

In questo senso, considerando l’antica espansione dei Sanniti e dei loro coloni Lucani lungo la costa ionica, Strabone ricorda, in primo luogo, “Petelia” (Πετηλία), l’odierna Strongoli, città “considerata metropoli dei Lucani”,[xxxviii] a differenza di Tito Livio che, descrivendo una situazione più recente, evidenzia più volte l’appartenenza di questa città al territorio dei Brettii,[xxxix] e di Appiano (sec. II d.C.) che, riferendo dei fatti

 

avvenuti al tempo della seconda guerra punica, dice che “Petelia”, non era ormai più occupata dai “Petilini”, espulsi da Annibale, ma dai Brettii.[xl]

 

Alla luce delle notizie esposte e delle considerazioni espresse, possiamo quindi dire che non esistono elementi tali da poterci consentire d’identificare Pandosia come una città, mentre quelli in nostro possesso la riconducono ad una delle diverse realtà pre-urbane appartenenti alla confederazione dei Brettii, territorio caratterizzato da insediamenti sparsi, dove possiamo escludere l’esistenza di città, come riferisce molto chiaramente Strabone. Un territorio prevalentementemente montano, che giustifica il particolare assetto pre-urbano che caratterizzava il territorio brettio, strutturato attraverso insediamenti diffusi nell’interno, ancora legati ad una economia pastorale.

In considerazione di tale attività preminente e delle esigenze legate alla transumanza, si comprende poi la ragione della notevole estensione di questo territorio – nel racconto di Trogo-Giustino rappresentata attraverso la notevole distanza esistente tra i tre presidi epiroti – che si frapponeva tra l’altipiano silano e le marine adiacenti, luoghi necessari allo svernamento delle mandrie. Qui si segnala, infatti, la presenza di “Pandina”, divinità femminile raffigurata su alcune monete di Terina e di Ipponio che sono state collegate alla presenza brettia in questi luoghi,[xli] ed il cui nome trova corrispondenza con l’etnico “Pandosino” o “Pandosiano”, derivato da “Pandosia” (Πανδοσία),[xlii] in relazione alla quale, l’appellativo di “città” deve essere inteso solo come una forma narrativa adottata dalle fonti.

Alla luce delle informazioni viste forniteci da Strabone che, ancora ai suoi tempi, giudicava indistinguibili i loro insediamenti, sia nel caso di Pandosia, come delle altre realtà politiche formatesi nell’ambito del territorio dei Brettii, dobbiamo quindi intendendere tali realtà, come forme delocalizzate ormai limitrofe alle antiche polis greche e nei loro confronti, concorrenti, in ragione della loro evoluzione verso la dimensione urbana, come ben rappresentano i fatti relativi alla sconfitta ed alla morte di Alessandro Neottolemo e quelli che seguirono a questo evento.

Questi ultimi condurranno i Brettii all’asservimento da parte dei Romani, come testimonia la crisi che interessa gli antichi abitati dell’Età del Ferro durante questo periodo, quando, come illustra Strabone, la loro identità era ormai divenuta del tutto indistinguibile ed omologata a quella romana. Una situazione che offre riferimenti con quella dell’abitato di “Timp.ne del Castello”, nelle vicinanze della località detta “Scuzza” o “Scotia” (“Scutia”)[xliii]: luogo “delle tenebre”[xliv] esistente presso la città vescovile di Cerenzìa dove, ancora oggi, compaiono i segni di un antico insediamento,[xlv] mentre tutta l’area ha restituito numerosi ritrovamenti che, agli inizi degli anni Sessanta, il Maone cataloga attraverso le notizie che aveva potuto ancora apprendere ai suoi tempi.[xlvi]


Cerenzia (KR), panoramica di Cerenzia Vecchia (A) e Timpone del Castello (B).

 

Un nuovo vescovato

 

La particolare importanza del territorio di Cerenzìa, nel panorama dei centri antichi del versante ionico della Calabria, oltre ad evidenziarsi in epoca classica, si pone in risalto anche durante il periodo altomedievale, quando il nuovo vescovato di Acerentìa (ὁ ’Aϰερεντίας), risulta tra quelli suffraganei della nuova metropolia di Santa Severina di Calabria (Tῇ Ἁγίᾳ Σευηρινῇ τῆς Kαλαβρίας) che troviamo nella “Néa tacticà” o “Diatyposis”, compilata al tempo di Leone VI il Filosofo (886-911), dove sono elencate le metropoli e le diocesi soggette al patriarcato di Costantinopoli.

In un rimaneggiamento successivo della Diatiposi che si ritiene anteriore al Mille, ma la cui redazione è del tempo dell’imperatore Alessio Comneno (posteriore al 1084), nella “Notit. 3”, tra i cinque vescovati suffraganei di Santa Severina di Calabria (Tῷ Ἁγίας Σευηρινῆς, Kαλαβρίας), risulta confermato quello di Acerentìa (ὁ ’Aϰεραντείας – ὁ ’Aϰερεντείας).[xlvii]

 

L’esistenza del vescovato che, con la sua presenza, qualifica l’importanza del luogo, continua ad essere documentata anche in seguito.

Nella restituzione latina delle notitiae episcopatuum, scritte in greco da Nilo Doxapatris al tempo di Rugero II re di Sicilia (1130-1154), rileviamo che la metropoli di Santa Severina, aveva tra i propri vescovati suffraganei quello di “Acerontiam” (’Aϰεροντίαν),[xlviii] periodo in cui il geografo musulmano Edrisi, segnala l’esistenza della città di “ǵ.runtîah, che dicesi pur ǵ.ransîah” a nove miglia dalla salina che si trovava preso la confluenza dei fiumi Neto e Lese.[xlix]

 

Verso la fine del secolo XII, il vescovo “Gerentinum” compare tra quelli suffraganei della metropoli di Santa Severina nel “Provinciale Vetus” di Albino,[l] e nella bolla del 1183 (“Geretinensem”), conservata presso l’Archivio Arcivescovile di Santa Severina.[li]

 

Altri documenti di questo periodo, datati tra la seconda metà del secolo XII e gl’inizi del XIII, confermano il permanere dell’antico toponimo greco della città di Acerentìa o Cerentìa,[lii] come continua ad essere

 

chiamata attualmente dai locali[liii] che, attraverso il richiamo al mitico fiume sotterraneo del regno dei morti: l’Acheronte, dimostra di avere un probabile riferimento alla natura carsica del suo comprensorio, posto tra i fiumi Vitravo e Lese, dove il sottosuolo risulta caratterizzato da numerose grotte ed anfratti scavati dalle acque sotterranee. Un legame tra la città ed il suo sottosuolo che, comunque, risulta comprovato, soprattutto, dall’importante attività mineraria condotta già in antico in diverse parti del suo territorio ed in quelli della sua diocesi, una realtà economico-produttiva, ma anche sociale che, ancora durante il Medioevo, accomunava il territorio di Cerenzìa, unitamente a quelli vicini di tutta l’area del Crotonese posta “citra” il fiume Neto, alle altre realtà che si estendevano verso quello Rossanese.[liv]

Cerenzìa vecchia (indicata dalla freccia) vista dai monti presso Savelli (KR).